Da Dante a Pasolini, quando il Giubileo è dei grandi autori

di Rosanna Pilolli 11/01/2016 CULTURA E SOCIETÀ
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Pellegrini e non solo in viaggio a Roma negli Anni Santi dal 1300 alle soglie del terzo millennio.  A questi eventi di fede che nei secoli hanno calamitato l’attenzione generale, non sono mai venuti a mancare il plauso, la pietà, la penitenza e la critica rovente da parte di personaggi illustri, scrittori e artisti famosi.  Molti si erano fatti “romei” in visita pia alla tomba degli apostoli, altri invece erano presenti  a Roma per motivi personali o d’interesse. Comunque non hanno preferito il silenzio e non è mancata la loro voce di commentatori di rango.

A cominciare dallo scrittore francese Stendhal un grande conoscitore di Roma, innamorato anche se spesso critico della città dei Papi. Nelle sue “Passeggiate romane” si era espresso in modo alquanto sfavorevole nei confronti dell’avvenimento giubilare del 1825. Per lui il Giubileo che un tempo aveva chiamato a Roma 400.000 pellegrini di ogni ceto e provenienza, ora aveva riunito soltanto 400 mendicanti “Bisogna rivedere le cerimonie di una religione che o si modificherà o si spegnerà”. Certamente la Chiesa di oggi non è quella del 1825.

Argomentazioni di questa natura ed altre condite da allegria e spirito ce le  racconta un gustoso libro edito da “La Scuola” (44 pagg. euro 12,50) dal titolo “Giubileo d’autore- da Dante a Pasolini”. Lo ha scritto Marco Roncalli scrittore di saggi sulla cultura del Novecento e docente di letteratura italiana contemporanea presso l’Università cattolica del Sacro Cuore. La post-fazione è dello scrittore Giuseppe Lupo.

Al primo Giubileo del 1300 Jacopone da Todi ha dedicato una lunga poesia nella quale l’immagine saliente “O jubileo del core …” si soffermava sull’esperienza mistica che consente all’uomo di innamorarsi di Dio. Anche Dante Alighieri si trovava a Roma nello stesso anno 1300 e riferisce nella Divina Commedia un episodio al quale ha assistito personalmente Cinquanta anni dopo Francesco Petrarca scriverà: “io sono in viaggio per Roma più di tutte le altre la più felice perché più nobile delle mondane cure è la cura dell’anima”.

Perplesso invece sull’argomento è il poeta Giovanni Pascoli. Nella sua lirica “La Porta Santa” dalla raccolta “Odi e Inni del 1900” , avvertiva la mancanza di una fede e la sincera aspirazione ad una certezza sul valore della vita. Manifestava così la sua lotta interiore tra la fede nell’immortalità e la ragione. Interessato, sembra, il viaggio a Roma di Niccolò Machiavelli. Si è detto infatti che il suo pellegrinaggio nella Città santa nell’Anno Santo indetto dal Papa mediceo Leone X nel 1515, sia stato motivato dall’assicurazione del placet papale al suo lavoro sulla storia di Firenze. Michelangelo qualche anno più tardi già vecchio e stanco si era unito ai pellegrini per la visita tradizionale alle sette Chiese. Il Papa gli concesse l’indulgenza speciale del doppio perdono. L’artista infatti in seguito alla Controriforma, era stato al centro del mirino delle Autorità ecclesiastiche per la sua opera considerata a rischio di turbamento della salute dell’anima.

 Il commento più crudo quello di Massimo d’Azeglio.Non mi pare d’accorgermi che il Giubileo  (siamo nel 1825) avesse sensibilmente migliorato il morale dei romani. I miei amici coetanei con lo stomaco ancora pieno di tante prediche, processioniu, funzioni, tutte forzate erano più di prima contro i preti e il loro sistema”. Quello più curioso il “Giubileo diffuso”, proclamato da Leone XII, un precedente ottocentesco alle tante Porte Sante aperte nel mondo ora dal Papa Francesco. In quel primo tentativo di modernità il credente Alessandro Manzoni poté ottenere la desiderata indulgenza nella sua Milano. 


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